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Siete algoritmici od euristici?

Siete algoritmici od euristici? La risposta è tutta qui. Per capire cosa vi motiva nella vita e nel lavoro; perché siete insoddisfatti da quello che state facendo dovete porvi questa domanda; algoritmici od euristici?

Prima di rispondere, peró, dovrete leggere “Drive. La sorprendente verità su ciò che ci motiva nel lavoro e nella vita” di Daniel H.Pink.

L’autore vi spiegherà che siete algoritmici se prediligete lavori routinari, stabiliti tramite procedura, dove l’obiettivo da raggiungere e’ predefinito cosi come lo sono le modalità operative per raggiungerlo.

Siete invece euristici se vi sentite attratti da lavori creativi, dove le opzioni sono aperte, dove l’obiettivo può anche essere predefinito ma vi lascia ampi spazi di autonomia nell’adottare le azioni per raggiungerlo.

Se siete algoritmici vi sentirete stimolati da forme di retribuzione legate al raggiungimento dell’obiettivo entro i tempi prestabiliti e secondo le procedure indicate, sarete pagati sulla base della vostra performance e niente di più.
Sarete puniti se gli obiettivi non li raggiungerete nel modo indicato. Carota e bastone.

Se invece siete euristici vi sentirete stimolati non solo da una retribuzione adeguata, quella ovviamente è una pre-condizione, ma dall’autonomia e dalla possibilità di applicare la vostra creatività, senza vincoli al raggiungimento dell’obiettivo probabilmente superandolo.

E fin qui tutto chiaro, perché andare oltre nella lettura? Perché se è vero che ognuno di noi in certe parti del proprio lavoro, più o meno vaste, e’ algoritmico; è anche vero che diventare più euristici fa bene.

Fa bene prima di tutto alle vostre prospettive occupazionali, lavori ad alto contenuto creativo, imprenditoriale, relazionale e di conoscenza sono quelli con minore possibilità di essere esternalizzati all’estero in quanto difficilmente schematizzabili, replicabili sulla base di procedure da applicare.

Poi fa bene anche a voi, alle vostre ambizioni, a far diventare, quello che desiderate davvero fare, il vostro nuovo lavoro. Perché qui non si parla solo di mantenere o no il proprio lavoro, aspetto non del tutto trascurabile, ma di avere vero successo.

Successo vero è quello che ci permette di applicare i nostri desideri, le nostre ambizioni, la nostra volontà di autonomia, al nostro lavoro quotidiano, non dovendolo più subire ma facendolo diventare uno stato di flow, di immedesimazione continua.

Attenzione peró, quello che vi sto dicendo non vi sarà raccontato nel libro utilizzando le solite e ritrite tecniche di automotivazione di scuola americana. Non ci saranno slogan da ripetervi in macchina mentre siete prigionieri della solita coda quotidiana per andare al lavoro.

L’autore di “Drive” vi guiderà in un percorso a tratti fastidioso ma illuminate; fastidioso perché, facendo riferimento anche a solide evidenze ottenute da esperimenti di psicologia in ambito motivazionale, vi obbligherà a mettere in dubbio i luoghi comuni di cui tutti noi siamo intrisi.

Sarà molto difficile ammettere che non sara’ il tanto agognato aumento di stipendio a darci quella spinta motivazionale che ci manca; sì certo, inizialmente potremo anche essere soddisfatti, migliorare la nostra performance e ritrovare lo slancio ma, presto o tardi, avremo bisogno di ulteriori nuovi stimoli, nuovi aumenti di stipendio, nuovi benefit per rialzare il nostro livello di soddisfazione. Una specie di corsa infinita sul tapis roulant (sempre che ci sia qualcuno disposto a concedervi aumenti di stipendio continui, ne dubito).


Perché leggerlo:
Questo libro ha due piani di lettura. Il primo è quello della critica al pensiero manageriale inteso come tecnologia di gestione delle persone. Ci ricorda come sia necessario ripensare alle forme di governo dell’impresa adattandosi ad un nuovo pubblico, tutti noi, che trova nell’attività’ lavorativa anche una forma di espressione del proprio essere in un’ottica di miglioramento continuo. Una motivazione che abbandoni la logica “bastone e carota” non più adatta al moderno scenario competitivo dove ognuno di noi e’ tenuto ad essere imprenditore di sé stesso.

Il secondo ad uso dei manager, di sé stessi o di altri, fornisce una chiara visione delle forze motivazionali che dobbiamo coltivare e rafforzare nelle nostre attività quotidiane e durante la gestione di quelle altrui. Perché, sia che siate un CEO od un nuovo stagista, e’ un nostro obbligo migliorare la qualità della nostra vita lavorativa e di quella dell’ambiente in cui operiamo.


“Drive. La sorprendente verità su ciò che ci motiva nel lavoro e nella vita”  (ETAS, 2010)

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