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Parliamo di Cambiamento e Metamodelli, un po’ di storia e teorie

 
Per chi si occupa di change management, di cambiamento organizzativo e formazione è naturale interrogarsi su quali siano le modalità, le tecniche, le pre-condizioni per attivare con successo un processo di cambiamento delle persone.

Molte tecniche, spesso importate ed adattate da oltre-confine, promettono risultati “chiavi in mano” seguendo strette metodologie.

Purtroppo quando si parla di cambiamento, ed in particolare di cambiamento negli adulti, il discorso si complica. Si complica perché non esistono facili soluzioni da applicare soprattutto qunado parliamo di persone.

Nell’approfondire questo tema ho trovato interessante la lettura del libro “Teoria dei sistemi evolutivi”, D. Ford, R. Lerner (ed. Cortina).

Gli autori ci spiegano, prima di proporre la teoria da loro elaborata, come il concetto di “cambiamento” sia influenzato da metamodelli ossia un insieme di assunzioni-guida finalizzate a spiegare e descrivere il comportamento e lo sviluppo umano, ed in senso più esteso, una certa visione del mondo.

Ford e Lerner adottano un metamodello, detto Teoria dei Sistemi Evolutivi (TSE) che rappresenta la sintesi di un altro metamodello, il contestualismo evolutivo con il conseguente modello di sviluppo operativo: il Quadro di Riferimento dei Sistemi Viventi.

Vedremo in articoli successivi cosa sono, come si applicano e perché la Teoria dei Sistemi Evolutivi vuole essere un punto d’arrivo allo studio del cambiamento umano.

Qui, prima di tutto, ripercorriamo i principali metamodelli che si sono susseguiti nella storia recente della filosofia e dello studio dello sviluppo umano.

I metamodelli classici delle culture occidentali: Meccanicismo e Organicismo

Questi due metamodelli hanno a lungo influenzato lo studio sul cambiamento umano e le conseguenti metodologie. Queste le principali differenze concettuali:

Meccanicismo
  • Considera l’organismo come un insieme di parti;
  • Le determinanti del cambiamento individuale risiedono all’esterno della persona, sono nell’ambiente;
  • Il cambiamento è dato dalla somme di piccole componenti senza che emergano proprietà emergenti;
  • Le variabili biologiche e psicologiche dell’individuo hanno scarso peso. Il cambiamento è dovuto dalle sole influenze dell’ambiente sulla persona. Il tutto seguendo un approccio stimolo-risposta (S-R);
  • Riferimenti teorici: l’”Apprendimento Sociale” di Bandura
Organicismo
  • Visione olistica, l’organismo, la persona, sono considerati come una totalità integrata di componenti;
  • Componenti ereditarie e maturative indirizzano lo sviluppo verso uno stadio finale conclusivo e predeterminato;
  • I mutamenti evolutivi danno vita a proprietà emergenti;
  • L’ambiente, il contesto, hanno un ruolo marginale e possono al limite solo aumentare, rallentare o bloccare lo sviluppo, non modificarlo;
  • Riferimenti teorici: lo ”Sviluppo cognitivo” di Piaget.
I nuovi metamodelli: Il metamodello dialettico
I due metamodelli sopra citati sono stati superati da altre teorie, la principale delle quali si deve a Klaus Riegel negli anni ’70. Il metamodello dialettico introduce due elementi di novità:
  • Lo studio dello sviluppo implica lo studio del cambiamento e non della stasi;
  • Ogni livello di organizzazione: biologico, psicologico individuale, fisico-ambientale, socioculturale influenza ed è influenzato da tutti gli altri.
L’approccio di Riegel è importante in quanto inquadra lo sviluppo individuale all’interno di una serie di influenze provenienti da diversi livelli ed ambiti oltre a contestualizzare lo studio della persona. Riegel ambisce anche a costruire un vero e proprio metamodello andando a superare il pensiero di Piaget aggiungendo un ulteriore livello di sviluppo a quello senso-motorio considerato come stadio conclusivo dal primo. In realtà il metamodello dialettico di Riegel non ha avuto un grosso seguito tra gli psicologi dello sviluppo principalmente per i seguenti motivi:
  • Il metamodello dialettico non si discosta molto da quello organismico;
  • Molte delle innovazioni di Riegel vengono riprese ed approfondite dal modello contestualistico, di cui parleremo in seguito;
  • Riegel adotta una visione del cambiamento molto limitata e difficilmente applicabile a causa della numerosità dei dati empirici da integrare per cogliere in pieno la complessità, la plasticità e multidirezionalità dello sviluppo umano.
Come abbiamo visto, sia il metamodello organismico che quello dialettico presentano dei limiti e non ci permettono una visione completa del cambiamento umano.

Entrambi i modelli, infatti, hanno il pregio di considerare diversi livelli di influenza dello sviluppo umano ma considerano quest’ultimo come prefissato, indirizzato, attraverso stadi predefiniti, verso un determinato punto d’arrivo.

Le uniche variazioni concesse all’individuo sono la velocità ed il livello di sviluppo verso il punto d’arrivo prefissato. Superfluo affermare come questa concezione stadiale e predeterminata poco si adatti alla complessità, alla multidirezionalità tipica dello sviluppo e delle differenze individuali.

I nuovi metamodelli: Il contestualismo evolutivo
Il contestualismo è un metamodello che pone lo sviluppo umano all’interno appunto del “contesto” e di tutte le variabili che costituiscono lo “spazio di vita” della persona.

All’interno del contestualismo appartiene comunque un’anima “pura” che vuole il contesto, i fenomeni presenti in un dato momento nello spazio di vita della persona come interconnessi ma senza legami con il passato.

In pratica, il contestualismo “puro” intende il “qui ed ora” come insieme di elementi influenzanti il cambiamento in un certo momento. Nessun legame con il passato e nessuna relazione sequenziale tra variabili. Un approccio di questo tipo, se vero, darebbe vita ad una dispersività dello sviluppo caratterizzata da plasticità infinita, ovvero la possibilità di infinite direzioni di cambiamento evolutivo e la conseguente assenza di elementi comuni nei percorsi di sviluppo umano.

Inutile ribadire come questa forma di contestualismo non possa essere considerata un metamodello adeguato allo studio dello sviluppo umano.

I concetti di plasticità e multidirezionalità del cambiamento, infatti, sono relativi, poiché ogni componente di un evento storico (dalle variabili biologiche a quelle socioculturali) vincola, condiziona, permette, promuove o impedisce il cambiamento, rendendo un individuo diverso da tutti gli altri per certi aspetti e simile a tutti gli altri.

Se superiamo questa concezione “purista” del contestualismo evolutivo possiamo comunque affermare che questo metamodello rappresenta un valido quadro concettuale per una teoria dello sviluppo umano che superi i limiti dei metamodelli organismici e dialettici visti precedentemente.

Il contestualismo evolutivo in comune con altre teorie pone l’accento sulla influenza reciproca tra le componenti biologiche e psicologiche dell’individuo entrambe, a loro volta, influenzate dalle condizioni relative al contesto. Da notare come, quando parliamo di relazioni ed interazioni tra organismo, contesto ed ambiente, queste non debbano essere intese in modalità lineare ma dinamiche, in continua transazione.

Questo concetto di continua transazione è importante in quanto implica un concetto di cambiamento radicalmente nuovo: l’individuo non è solo “influenzato” dal contesto ma diventa qualcosa di diverso per via di queste interazioni.

In questo post abbiamo visto come i metamodelli, le diverse visioni del mondo, le meta-teorie influenzino il modo di guardare al “cambiamento”.

Abbiamo individuato nel contestualismo evolutivo un modello al quale guardare per comprendere la complessità del cambiamento nelle persone sia a livello individuale che organizzatvo.

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