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Il significato del lavoro in psicologia

 
"Psicologia del lavoro",
di Guido Sarchielli
(Il Mulino, 2003)
Riprendiamo il post della settimana scorsa dove abbiamo parlato dei cambiamenti nella forza lavoro ed affrontiamo insieme il tema del significato del lavoro e di come questo si sia modificato nel tempo. Anche in questo caso prenderemo come riferimento il testo "Psicologia del lavoro" di Guido Sarchielli (Il Mulino, 2003).

Abbiamo visto, nei post precedenti, come e quanto il lavoro sia cambiato nel corso del tempo. Soprattutto nel settore terziario si assiste ad una trasformazione dei contesti organizzativi.

Trasformazione che vede, in primo luogo, l'"appiattimento" delle gerarchie aziendali oltre a modificare i tradizionali ruoli lavorativi che diventano meno definiti. Cambiano anche i requisiti richiesti ai lavoratori i quali devono avere nuove competenze generali, sociali, cognitive, capacità di autogestione, cooperazione e coinvolgimento personale.

Anche il sistema produttivo subisce dei cambiamenti in quanto la produzione non è più guidata dai reparti di progettazione ma da quelli commerciali

Cambiano così anche i significati dell’esperienza lavorativa costruiti sulla base delle interazioni tra la persona e l'ambiente di lavoro. Interazioni che possono facilitare oppure ostacolare l’equilibrio tra energie investite e ricavi ottenuti.

Il lavoro, infatti, non è un’attività qualsiasi, ma un’attività complessa che coinvolge corpo e mente, implica costi energetici ed emozionali. Si svolge in un contesto di regole, vincoli e convenzioni che cambiano con il tempo, la cultura e lo sviluppo economico.

I valori del lavoro

Nelle società occidentali il lavoro è un valore forte e fornisce modelli di comportamento che le persone dovrebbero accogliere contribuendo all’equilibrio e al benessere del sistema sociale. I valori, culturalmente condivisi, del lavoro indicano che cosa dovrebbe essere il lavoro in termini di scopi individuali e collettivi e fissano degli standard per giudicare aspetti quali la competenza sociale e la moralità di un individuo.

I valori del lavoro si pongono alla base della costruzione dell’identità professionale e sociale. Esistono quindi due significati di fondo: quello sociale (interpretazione e valutazione degli oggetti lavorativi, desiderabilità, etica) e quello individuale (bisogni, investimenti, ricavi). Avremo quindi:
  • Una prospettiva sociale dove i valori e le scelte individuali seguono dei criteri socialmente condivisi (salvaguardia del bene comune, equità, imparzialità di trattamento, etc.)
  • Una prospettiva individuale inerente i valori e le preferenze dei singoli rispetto a cosa ci si aspetta dal lavoro (esistenza confortevole, sicurezza personale e familiare, realizzazione e dignità personale, riconoscimento pubblico di sé).

Funzioni psicosociali del lavoro

Il lavoro racchiude in sé elementi psicologicamente significativi, mediati da agenzie di socializzazione che diffondono e rinforzano valori e credenze anche in relazione al lavoro.

Inoltre, esistono valori che le persone percepiscono individualmente attraverso i loro ambienti di vita: può trattarsi di valori presenti nella società, come di valori alternativi (es. critica di valori percepiti come tradizionali, rifiuto di alcune culture aziendali, rifiuto di attività in conflitto con l’ambiente).
Il significato del lavoro può essere così riassunto (Shimmin): è un’attività che ha uno scopo, un carattere strumentale, procura reddito, richiede energie e presenta aspetti di obbligo e costrizione; si colloca nel sistema sociale ed economico e viene percepito come occupazione principale dalla quale deriva un ruolo nella società.

La realizzazione di queste funzioni e il grado di attrattiva per l’individuo dipendono dalle reali opportunità di lavoro; infatti, i lavori precari o dequalificati ostacolano in genere la formazione di legami significativi con il Sé.

Atteggiamenti verso il lavoro
In ogni epoca esistono rappresentazioni sociali del lavoro che concorrono a formare negli individui degli atteggiamenti specifici nei confronti del lavoro. Ad esempio, se nella rappresentazione del lavoro risultano centrali la stabilità, la sicurezza, la protezione, sono probabili atteggiamenti negativi nei confronti delle varie forme di flessibilità occupazionale, anche se ben ricompensate.

Mentre i valori costituiscono criteri generali di valutazione, gli atteggiamenti verso il lavoro sono più specifici e riguardano oggetti e aspetti concreti della situazione effettivamente vissuta, sono quindi più numerosi dei valori, molto più vicini alle decisioni quotidiane e, proprio per questo, anche più facilmente modificabili.

Oltre agli atteggiamenti esistono anche reazioni affettive nei confronti del lavoro, cioè stati d’animo ed emozioni derivanti dall’esperienza presente e che influenzano il comportamento lavorativo. Diversi autori sostengono che le dinamiche del lavoro siano poco comprensibili se non si considera la dimensione affettiva e le emozioni (es. ricerca della fiducia, sentimenti di appartenenza, imbarazzo, paura, ecc.).

Diversi studi segnalano effetti di aumento della creatività e dell’interazione sociale o di miglioramento della leadership proprio in presenza di stati d’animo positivi, così come la presenza di orientamenti emozionali negativi in caso di stress cronico e burnout. In generale, all’interno delle organizzazioni le persone eseguono un lavoro emozionale impegnativo, teso a regolare e controllare sentimenti ed emozioni e a manifestarli secondo forme socialmente accettabili.

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