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A scuola col tablet?

Chi ha figli che frequentano la scuola dell’obbligo li vedrà uscire tutte le mattine con zaini enormi sulle spalle, carichi come se partissero per un campeggio estivo. Puntuale, ad ogni riunione di classe, qualcuno tra i genitori lancia la proposta di sostituire i libri di testo con le versioni digitali per ebook o tablet con memorie capaci di ospitare centinaia di pagine. Peccato però che la proposta assuma quasi sempre i temi del contrasto tra professori accusati di essere “all’antica”, timorosi del nuovo che avanza e genitori tecno-fan entusiasti che, per il semplice fatto di avere un account su Facebook o di “lavorare con i computer” danno l’assalto al corpo docente accusandolo di conservatorismo e avversione per le nuove tecnologie.
Come è facile immaginare, di fronte a prese di posizioni così radicali, il discorso viene fatto cadere. Perché? Spesso, chi lavora in ambito digital è convinto di appartenere a un’élite, a un avamposto digitale la cui mission è quella di evangelizzare (vi ricordate il temine “evangelist” che faceva tanto new-economy?) il vecchio e oscuro mondo analogico, in qualunque settore. Però, quando parliamo di istruzione dei giovani, non è possibile “buttarla sul digitale” o pensare che l’approccio consumer utilizzato in ambito internet sia esportabile al settore dell’istruzione soprattutto dei ragazzi.
Intendiamoci, anche l’apprendimento seguirà i trend tecnologici in essere nei mercati mass-market. Un mercato che ha visto il passaggio dal telefonino tradizionale allo smartphone per arrivare adesso al “phablet”: telefoni multimediali con schermi di più ampie dimensioni (solitamente attorno ai 6 pollici) senza essere ingombranti come i tradizionali tablet. Il successo dei phablet, testimoniato ad esempio dal recente successo di vendite dell’iPhone 6 nella versione “Plus” permetterà la fruizione di contenuti formativi anche in mobilità, moltiplicando così le occasioni d’uso e la possibilità di formarsi non solo quando lontano dall’aula ma durante i propri spostamenti. Un cambiamento di paradigma quindi che renderà l’apprendimento sempre meno legato sia agli aspetti tecnologici che a quelli formativi e sempre più legata alla gestione della conoscenza.
Ed è questo il punto: gestione della conoscenza slegata dal mezzo tecnologico ma centrata sulle modalità di apprendimento individuali. Un ambito, quello dell’apprendimento, che dovrebbe lasciare la parola ad esperti di pedagogia, a psicologi, insegnanti, specialisti di formazione con le nuove tecnologie e non ad esperti di social o personal branding su internet. Con tutto il rispetto per questi ultimi ma ad ognuno il suo mestiere.
Quali caratteristiche per una formazione efficace? 
Cosa ci dicono quindi i veri esperti della formazione? Quali caratteristiche per la “nuova formazione” non semplicemente basata sul “mezzo internet”? Un recente report redatto dall’Aspen Institute, evidenzia tre dimensioni principali sulle quali deve essere costruito un ambiente didattico blended, misto tra aula tradizionale e distance learning:
  1. i corsi non devono avere vincoli di spazio e di tempo e permettere agli allievi di accedervi da qualsiasi luogo e in qualsiasi orario;
  2. i contenuti non sono veicolati unicamente dal docente, ma si utilizzano anche altri canali, come Internet, tv, video/audio conferenze ecc.;
  3. la lezione è supportata da una pluralità di strumenti di comunicazione, quali chat, email, riferimenti web ecc.
La chiave quindi è un sistema integrato di lezioni erogate sia in modalità tradizionale (lezione con insegnante) che mediante auto-apprendimento a distanza il tutto arricchito da una “estensione” delle occasioni di apprendimento mediante conferenze, chat, forum di discussione, link di approfondimento a siti esterni.
Tutto questo accadrà nel futuro? Però cosa fare, oggi, per svuotare gli zaini dei nostri ragazzi che vanno a scuola? Interessante leggere i commenti lasciati sul sito lanciato dall’attuale Governo labuonascuola.gov.it dove con molto buon senso si propone ad esempio l’installazione a scuola di armadietti lasciando ai ragazzi la responsabilità di gestirsi i libri da portare a casa sulla base delle cose da studiare. Una soluzione per niente “digital” ma molto “click&mortar” che delega però ai ragazzi la responsabilità di organizzarsi e responsabilizzarsi (che poi sono anche gli obiettivi di un sano percorso di crescita).

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